28 gen 2009

Guangzhou (Canton) - Cina
















Hand painter at "The Chen Family Temple"

12 gen 2009

Amsterdam
















Red Morning 01-01-09

13 dic 2008

India - Agosto 08
















Munshi Ghat - Varanasi - Uttar Pradesh

28 nov 2008

NYC



"It's easier to leave than to be left behind

Leaving was never my proud

Leaving New York, never easy

I saw the light fading out"


"Leaving New York" - R.E.M


23 nov 2008

Omaggio a Terzani






























Kengtung - Myanmar -Agosto 2008



Alla fine c’eravamo arrivati. Il giorno prima il volo da Mandalay era stato cancellato ma ci eravamo intestarditi nel seguire le tracce di un’avventura descritta in un libro meraviglioso. 

Fu così che, anche se avremmo ridotto a meno di due giorni la nostra esperienza nel triangolo d’oro, prendemmo il volo Mandalay - Kengtung del giorno dopo.

Attraverso due scali inaspettati ma rapidi, e fatti sempre a motori accesi e con manovre di carico e scarico dei passeggeri ben collaudate ( “es como un bus” ci avrebbe commentato in seguito una viaggiatrice spagnola..) , il bimotore ci portò a destinazione e scendemmo in quello, che più che un terminal di un paese di provincia se pur asiatica, sembrava un cortile di una casa privata.


Uscimmo dall’albergo e ispirati e guidati dal libro quasi come rabdomanti avevamo individuato prima la collina, poi la Missione descritta.

Fermi, nell’esteso piazzale tra due chiese e gli oratori ci sentivamo come sul set di una scena che stava per essere girata. Il ciak arrivò dopo che facemmo due passi per cercare il retro della chiesa, dove il libro indicava esserci le tombe delle missionarie italiane.


Un anziano birmano vestito di un giacchino grigio e nero stile baseball e dell’immancabile longyi, stava parlando con qualcuno quando ci vide e visibilmente sorpreso, ci venne incontro con un calmo sorriso.

Un breve attimo di imbarazzo mise qualche secondo di silenzio tra noi tre ma poi : “siamo qui per questo” dissi agitanto il libro, :”è grazie al lui che siamo qui...si intitola Un Indovino mi disse e l’ha scritto Tiziano Terzani, un giornalista italiano sa, beh...lui è stato proprio qui 15 anni fa e ha scritto delle missionarie italiane che arrivate negli anni ‘20 non fecero più ritorno a casa...in special modo ha parlato con Suor Giuseppina Manzoni, che aveva già 86 anni... e adesso...non so”..


Aver sentito pronunciare quel nome gli allargò il gentile sorriso asiatico e gli fece dire:”yes, Giusepina..” 

con quella classica difficoltà (come noi veneti!)  nel pronunciare le doppie “....proprio lei si, ma ora è morta”.

Ci presentammo, lui era Father Paul Albert e Suor Giuseppina la conosceva bene, avevano lavorato insieme per più di 35 anni, ora lui ne ha 63.

Chiedemmo se l’avessero seppellita nel cimitero dietro la chiesa come già fatto per le altre missionarie ma no, ci disse che ora quella collina comprata per due soldi nel 1920 da Padre Germinio Bonetta perchè considerata dalla popolazione piena di spiriti maligni, era diventata molto appetibile vista la fantastica posizione panoramica sul paese, e il Governo la voleva indietro..:”la vogliono nazionalizzare” disse descrivendo benissimo l’arroganza della Giunta...:” e così abbiamo spostato il cimitero su un altra collina poco distante... volete vederlo?”. Ma certo che sì!


Sorridente ci disse di aspettare un momento e si mise a correre verso il refettorio dietro al quale si erge una enor

me statua dorata di un Buddha rivolta verso il paese, con il braccio destro alzato quasi ad indicare una via ai fedeli. Mi ricordava un pò quelle vecchie e imponenti del decaduto blocco comunista o i manifesti propagandistici di Mao.

Che contrasto in quella Missione votata da quasi novant’anni all’impegno cristiano.


Ne uscì con passo veloce in compagnia di un uomo molto più giovane, basso e in tenuta sportiva. Era evidente che avevamo interrotto una qualche partita. 

Tutto sudato e con la maglietta appiccicata ci corse incontro e con un buon inglese si presentò: Father John Bosco, anche lui prete, anche lui birmano, 27 anni e con una di quelle facce che solo a vederle ti ispirano fiducia e bontà, occhi svegli e cordiali e un sorriso che oltre che a metterci ancora a nostro agio ci fece sentire ancor di più benvenuti.  

Confabularono qualcosa, Padre Paul gli stava facendo il riassunto e indicò con il braccio un punto imprecisato a nord e un nome ..”Giusepina...”...così l’altro ci guardò sorridendo e ci disse :”Stavo giocando a Badminton ed è meglio che mi cambi, poi prendo la jeep e andiamo”....come un razzo entrò dal retro della chiesa e in meno di due minuti ne riuscì dal cancello laterale a bordo un pick-up Toyota 4x4 completo di  panche posteriori coperte da un solido tettuccio.

Nadia si sedette davanti con lui e io presi posto dietro, insieme a Padre Paul, nelle panche sistemate sul cassone coperto.

Non potevamo immaginare niente di meglio, eravamo a Kengtung da meno di un’ora,  e ci trovavamo in un fuoristrada con due preti cattolici nel mezzo di una Missione nel Triangolo d’Oro, diretti chissà d’ove e...tutto questo grazie al libro!

Il 4x4 era grande e rumoroso, la strada dissestata e dietro si saltava parecchio, non sentivo nulla di quello che mi diceva Padre Paul ma continuavo a sorridergli come un ebete, mi dispiaceva bloccarlo, era così entusiasta di questo incontro, forse più di noi.

Lasciate le stradine della cittadina fatte di negozietti locali e nuove imprese cinesi come piccoli hotel e garage e ristorantini, la macchina prese una strada stretta in salita, passando in mezzo a bassa vegetazione e campi coltivati fino ad arrivare su uno spiazzo in cima a quella che realizzammo essere una bassa collina. 


Già arrivando avevamo visto qualche tomba qui e la, ma in cima ce n’erano parecchie, tutte di pietra oramai slavata dal tempo. Scendemmo e da li il panorama era ancora migliore, non si vedeva granchè dell’abitato ma la vista su tutte le colline e le foreste che stavano intorno era bellissima. Si vedeva anche il grande albero descritto nel libro, piantato nel 1751. 


Davanti alle tombe stavamo tutti in silenzio, era strano stare di fronte a quello che comunque resta un pezzo di una storia di altri tempi che, grazie al libro, ci sembrava di conoscere. Suor Giuseppina era arrivata qui dai dintorni di Milano e non aveva mai più fatto ritorno a casa, era morta nel Novembre del 2000. 

Li sepolte ce ne erano della altre, anche una missionaria di Vicenza. Il fondatore era anche lui qui “Monsignor Germinio Bonetta - Born in Italy - Die in KTG” , Kengtung, così diceva la lapide. 

Vale davvero la pena di leggere quanto scritto su di loro da Terzani, non pensavamo certo di riscrivere una copia di quella storia, ma essere li davanti alle loro tombe, con chi aveva conosciuto quelle persone ci ha fatto sentire parte di quelle vite narrate così bene, che non poteva esserci miglior luogo e momento per far rivivere quelle pagine che non li, con loro.



Allora presi il libro e lessi il capitolo. Riga dopo riga, la loro attenzione era al massi

mo, erano davvero in contemplazione nonostante qualche frase inceppata per via della traduzione. 

In un particolare passaggio che parlava di Suor Giusepina, Padre Paul che ben l’aveva conosciuta essendo il più anziano, con gli occhi persi in 

immagini lontane annuiva in silenzio e sorrideva; a bassa voce disse qualcosa del tipo :” si si, diceva proprio così..”. 

Per qualche minuto, il libro e l’intera storia, aveva ripreso vita e fece da collante tra noi quattro. Seguirono estasiati fino alla fine il racconto e, al termine, specialmente in Padre Paul si avvertì un piccolo dispiacere nel lasciare andare quelle righe e quelle immagini rievocate.

Poche parole ancora, dirette più a chiudere la giornata e la nostra piccola avventura ci accompagnarono verso la macchina. Prima di salire facemmo ancora qualche domanda e, oltre all’orfanotrofio, ci dissero che gestivano anche un lebbrosario un pò distante da li e che oramai stava per farsi buio e che ci voleva un pò per arrivarci, ma poi ci dissero :”volete vederlo?”. Ma certo che si!


Allora via, su di nuovo, stessi posti, stesso equipaggio...mi piace pensare all’immagine di questa 4x4 che se ne riparte con noi a bordo verso la foresta.

La strada non era lunghissima, non più di 6 o 7 chilometri ma per quelle viuzze e stradine di collina ci volle più di mezz’ora per arrivare.

Iniziò a piovere un poco, la stagione era quella giusta, e più ci addentravamo più il fango si faceva importante. La corsa risultava più morbida e meno rumorosa così riuscivo a sentire quello che Padre Paul diceva. Ne approfittai per fargli qualche domanda...era vero che i bambini nati con il labbro leporino venivano abbandonati? Mi disse che quelli erano i più fortunati perchè così arrivavano all’orfanotrofio. Sapeva per certo che in alcune famiglie delle varie etnie che popolano lo Shan, i neonati con qualche difetto fisico venivano uccisi, di solito venivano soffocati a forza facendogli ingoiare ceneri. Per loro era evidente che quel difetto era il segno lasciato da un Pii (spirito) maligno e per questo andava eliminato.

Eravamo quasi arrivati ma c’eravamo impantanati a ridosso di un bivio. Non si avanzava e non si arretrava; le ruote slittavano. Il giovane Padre Bosco si accorse solo allora di non aver inserito il 4x4, lo attivò e ripartimmo.


Poco dopo vedemmo una lunga mura di pietra con un varco dal quale entrammo. Era un villaggio di pura etnia Shan, fatto per la maggiore di palafitte. Padre Paul disse che quella mura era stata costruita negli anni ’60 per proteggere il villaggio. 

Dopo la partenza degli inglesi, la regione dello Shan che da sempre ha lottato per una propria autonomia che tuttora insegue, era piena di tumulti interni tra varie fazioni armate che in comune avevano solo la lotta armata contro la

 giunta militare che si era sostituita agli inglesi nel controllo della regione. 

Queste bande attaccavano i villaggi più indifesi, da qui la corsa a rinchiudersi dentro le mura. La soglia del villaggio dalla quale eravamo appena passati, veniva in origine chiusa al calar del sole. 

Anche recentemente si sono verificati casi simili, la giunta aveva confinato dieci uomini armati a guardia della zona, ma ora da qualche tempo tutto sembrava essere tornato normale.

Poco fuori il villaggio la macchina si fermò; avevamo attirato l’attenzione, dalla capanne erano uscite varie teste curiose, bambini e uomini e donne ci salutarono. 

Intorno c’erano varie costruzioni di mattoni e da una di queste uscì una suora con qualche ombrello. 

Ci presentammo. Lei era Suor Teresina ed era la Madre Superiora del lebbrosario. Anni 61, magrissima ma fatta di puro nervo e anche lei aveva un caldo sorriso ed uno sguardo fermo e sicuro.

Ci guidò in questa isola di umanità. Ci fece vedere la sala dove i malati maschi venivano curati con flebo e iniezioni. Ora era vuota perchè i malati venivano la mattina per le cure e poi chi poteva tornava a casa. 

Continuava a piovere e a passo svelto andammo sotto al porticato della sezione femminile.

Nemmeno il tempo di chiudere gli ombrelli e intorno avevamo alcuni bambini e donne lebbrose appena usciti dalle loto stanze di ricovero.

Tutti sorridenti,  tutti contentissimi di avere visite e due di loro ci dissero qualcosa che Padre Bosco tradusse :”grazie, tante grazie di essere qui”. 

                                                                     Avevano mani e piedi consumati dalla malattia e una era anche cieca. No davvero dicemmo loro :”grazie a voi!”. Li confinate in una vita di supplizio lontano da tutto e da tutti esprimevano un’umanità incontaminata, una sincerità d’animo che noi non ricordiamo di aver conosciuto, forse perchè è andata perduta da tempo.

Aleggiava un’allegra satira sulla malattia e sulla morte, lo dimostrava il modo scherzoso con il quale ci fecero notare che incastrate nel sottotetto del porticato c’erano le loro future bare, sempre pronte vista la frequenza con la quale la donna nera con la falce veniva a far visita qui.

Parlammo con Suor Teresina. La sua vita era da più di trent’anni impegnata in questa missione. 



Ci disse di essere allo stesso tempo suora, madre, allevatrice e contadina vista la mole di lavoro che ogni santo giorno mandava avanti con pochissime altre colleghe. 

Sveglia prima dell’alba, governo delle bestie nella stalla e nel pollaio, i malati da trattare, i bambini da accudire, il lavoro nell’orto e nei campi e i pochi fondi economici frutto di donazioni da gestire. Con gli ultimi soldi avevano comprato dei generatori di corrente cinesi, indispensabili qui dove la corrente era veramente alternata. Il gasolio però non costa poco e quindi il loro utilizzo era millesimato.

Che bell’esempio di vocazione di vita, era una di quelle persone che sentono qual’è la loro missione e la perseguono con infinito impegno. Emanava un carisma che non ci lasciò indifferenti e un pò, mi sentivo in imbarazzo al paragone che feci con quelli che di solito definiamo problemi nella nostra vita, ma che a confronto erano solo piccole mosche fastidiose. 

Lasciammo la grande costruzione di legno e l’immagine che vidi girandomi ancora una volta era quella di mani senza dita che ci salutavano e volti deformati che sorridevano e occhi senza vista che orientavano lo sguardo nella nostra direzione. Sarebbero rimaste tutte li fino alla morte e davvero ci rendemmo conto di quanto bello doveva essere stato per loro avere qualcuno in visita oggi. Al lume di candele, nel loro salotto essenziale fatto di un tavolo, un divano e un mobile, le suore ci offrirono tè e biscotti e una borsa intera di mango. Si parlò di tutto, del nostro viaggio, della situazione politica in Myanmar , del libro che ci aveva portati li e anche di calcio. Ogni domenica sera Padre Bosco vedeva le partite via satellite della Premier League e del Campionato italiano in un bar di Kengtung. 

In confidenza gli chiesi quale squadra preferiva e subito mi disse :”l’Inter! Mi piaceva perchè perdeva sempre..ma desso ha iniziato a vincere, hai visto?”.

Qualche foto e lo scambio di indirizzo mail con Padre Bosco ci portò verso la fine della visita. Chiedemmo come avremmo potuto supportare la Missione, ci dissero che il Vescovo aveva un conto sul quale poter versare le offerte ma eravamo scettici. Il rischio era quello che solo una piccola parte o nulla arrivasse a loro. Padre Bosco capì al volo e si ripromise di aprirne uno intestato direttamente alla Missione, cosa che in effetti fece poche settimane dopo.

Si era fatto buio e tutte le suore ci accompagnarono alla macchina. Anche quell’immagine era di un vero così concreto che non lasciava scampo. Domani mattina avrebbero ricominciato la loro vita così come ce l’avevano descritta e a quel pensiero pensai che noi eravamo solo li in vacanza e che qualcosa di più per loro dovevamo fare, altrimenti sarebbe stata solo un’attrattiva e andarsene sarebbe stato solo come cambiare canale dopo un documentario.

Rientrando in mezzo alla foresta passammo di nuovo per il villaggio visto all’andata. Dalle case usciva solo la luce morbida delle lampade ad olio, la gente era seduta fuori a chiacchierare, qualche bambino attraversava la strada e spariva dentro un casa. Non c’era traccia di quel fascio bluastro emanato dalla tv, niente di tutto ciò in questo angolo di mondo.

Incontrammo solo uno in scooter che, a fatica, tentava di risalire la strada fangosa con un carico sproporzionato di fasci di legname. 

Poi nulla fino alla periferia del paese e ad un certo punto mi venne pure in mente che dalla fitta vegetazione poteva saltar fuori una qualche belva e salire sul cassone dietro con me e Padre Paul, ma lui stesso mi disse di stare tranquillo, qui le trigri erano sparite da un bel pò, però è anche vero che nella giungla c’è ancora un pò di tutto...meglio non approfittare troppo del buio pensai.

Eravamo quasi in paese e adesso dalle casette di legno e dai ristorantini lungo le strade usciva la luce al neon mischiata a quella della tv e al suono delle musiche cinesi ad alto volume.

Lasciammo un’offerta, ci saremmo risentiti presto e li ringraziammo tanto, lo stesso fecero loro ma poi insieme ringraziammo ancora il libro, era tutta colpa sua.

E ancora per via di quanto scritto 15 anni prima, l’ indomani mattina ci recammo al mercato. Era sabato e non avremmo visto tutte le etnie conferire alla vendita, quello accadeva di domenica in occasione del mercato dei water buffalo. Ma non potevamo chiedere di più per un giorno e mezzo di avventura. Invece qualcos’altro vedemmo. Fummo così fortunati da incontrare le donne Akha dai copricapi d’argento e altre ancora con le gerle agganciate alla testa e alle spalle con un particolare supporto di legno.

Non poteva esserci un finale migliore.







Ci eravamo lasciati dietro un mondo senza tempo e nel volo di rientro a Yangon eravamo ancora increduli per quello che ci era stato regalato dal caso, forse dalla nostra ricerca o forse da qualcuno che attraverso poche pagine ci aveva condotto li. 

Con una punta di egoismo mi piace pensare che sulla collina, nel lebbrosario e al mercato, un certo Tiziano Terzani fosse li a sorridere sotto i baffi per quello che aveva combinato.








10 nov 2008

My Wife

Yangoon - Myanmar
Agosto 2008